OSSERVARE ed INTERVENIRE. Le buone pratiche della conservazione al MVSA

Martedì 12 dicembre 2017 si è tenuta presso la sala conferenze di Palazzo Sassi de’ Lavizzari un incontro pubblico dal titolo “Osservare ed intervenire. Le buone pratiche della conservazione al MVSA”, con Maria Rosaria Gargiulo, direttore pro tempore del museo, ed i restauratori Angela Martinelli e Giorgio Baruta.

 

Maria Rosaria Gargiulo ha introdotto l’incontro evidenziando i compiti istituzionali di un museo al quale la comunità affida le proprie opere: la conservazione, la ricerca e la divulgazione del sapere sugli oggetti esposti. Medesima è la cura riservata agli spazi espositivi e ai magazzini dove sono allestiti i pezzi in fase di studio e di restauro; infatti anche le Regioni e le Soprintendenze chiedono che vi sia una percentuale precisa di locali destinati ai depositi.

Fondamentale è l’osservazione e la cura delle opere d’arte che in casi più critici deve spingersi sino al restauro riportandole alla lettura ottimale. Fino al 2016 il MVSA era dotato un laboratorio di restauro nel quale si sono avvicendati professionisti del settore che sono intervenuti su opere sia del museo sia provenienti dal territorio provinciale, seguendone gli spostamenti in varie sedi. Ora ci si avvale necessariamente di collaborazioni esterne.

La conservazione parte innanzitutto dalla cosiddetta “gestione dell’aria”, creando un microclima ottimale attraverso una strumentazione tecnica che tenga sotto controllo e regoli nelle sale temperatura e umidità.

 

Angela Martinelli ha definito il MVSA come “scrigno” che ospita una serie di “perle”, esso stesso architettura interessante: farvi visita significa passeggiare nella storia. Le cantine, la stua Salis secentesca con gli stemmi delle famiglie nobiliari, la sezione ligariana, tele, tavole, vetri, ceramiche, sculture lignee, oreficerie. Anche i soffitti settecenteschi e ottocenteschi sono interessanti, come affascinante è il mondo del tessuto e della moda, identità di un popolo. Le opere sono numerose ed eterogenee: il fatto di ospitarle in un unico luogo può presentare alcune criticità per la conservazione dei materiali. In generale occorre prendere misure di sicurezza per evitare danni di vario tipo ed entità: danni biologici dovuti alla colonizzazione di insetti, muschi, licheni, ecc. che attaccano la struttura dei manufatti; danni fisici causati da stress da abrasione e rottura; danni chimici, cioè la mutazione dei materiali anche per ragioni atmosferiche, come i pigmenti che tendono a virare, ecc. Le cause del decadimento possono essere intrinseche all’oggetto – la sua struttura che tende ad invecchiare – ed esterne ad esso – eventi accidentali, incidenti, catastrofi naturali, atti di vandalismo.

Un intervento di restauro deve auspicabilmente rimanere come ultima opzione: meglio monitorare ed intervenire prima, in tal senso è importante mantenere l’equilibrio del microclima. Una delle maggiori problematiche per la conservazione delle opere lignee, continua Angela Martinelli, è l’eventuale presenza e proliferazione del tarlo, insetto assai vorace nella sua fase larvale. Ci sono due metodi contrastarlo: cercarlo puntualmente, attraverso iniezioni di insetticida, e fumigare, un metodo di disinfestazione che toglie ossigeno ad un habitat che ospita uova e larve, queste ultime in grado di scavare vere e priorie gallerie nel materiale ligneo. Per una buona conservazione, occorrerebbe procedere a quest’ultimo trattamento almeno una volta all’anno.

Altro problema è il sollevamento della pellicola pittorica – cioè la perdita del colore dalla superficie delle opere – dovuto soprattutto all’alterazione di temperatura e umidità. Alcune perdite sono storicizzate, come nel caso della tavola di Sigismondo de Magistris (attr.) Adorazione di Gesù Bambino (post 1500-ante 1549): prima di procedere ad un eventuale restauro occorre conoscere la tipologia di intervento effettuato nel tempo, registrato nelle schede scientifiche di catalogo.

 

Giorgio Baruta ha presentato l’intervento su due reperti romani litici d’ambito funerario, la stele di Caninio Sisso e l’urna di Esirio Secondo, allestiti nel portico di Palazzo Sassi de’ Lavizzari e accompagnati da approfondite schede storiche e tecniche (cui si rimanda alla lettura diretta in loco). Intervento pensato e voluto da tempo con l’ex direttore del MVSA Angela Dell’Oca poiché gli oggetti rappresentano un momento importante nella storia antica non solo valtellinese: in tal senso il restauro è motivo e motore di studio e conoscenza storica sempre più analitica e diffusa sul territorio, cercando dei collegamenti storici e materiali tra i manufatti. La rimozione dalla prima stele del pesante e ormai superato basamento ligneo ha rappresentato la prima fase dei lavori, delicata e curata responsabilmente in ogni suo passaggio, dopo la quale è iniziata la messa in sicurezza e l’intervento vero e proprio sull’oggetto, diviso in quattro fasi:

  1. Indagine visiva: conoscere, capire ad un primo livello; si colgono le prime manifestazioni del degrado, le macchie rosse, come l’ossidazione della pietra. Capire i segni antropici e le fessurazioni dovute al degrado.
  2. Rimozione degli elementi degradanti-pulitura generale. I licheni, dalla colorazione rossastra, vengono rimossi con diserbi, prodotti specifici per il restauro: eliminazione dei microrganismi che potrebbero danneggiare ulteriormente la pietra.
  3. Intervento vero e proprio. Chiudere e stuccare la lesioni con malta di calce e polvere di pietra, un intervento armonico. La leggibilità del manufatto è più chiara e precisa. In accordo con la Soprintendenza si è scelto di conservare uno strato di materia depositata per mantenere l’aspetto dato dallo scorrere del tempo, evitando in tal modo un intervento più aggressivo.
  4. Ultimo passaggio fondamentale è l’applicazione di materiale idrorepellente che garantisce protezione per cinque anni, arrestando il processo di degrado.

Per quanto riguarda l’urna, si è reso necessario portarla su un piano di lavoro proseguendo con le fasi di pulitura e stuccatura. L’oggetto aveva originariamente un coperchio di legno e nel tempo è stato riutilizzato come fontanella. Nel corso della ricerca che precede e segue il restauro, Giorgio Baruta ha rilevato e fotografato una serie di oggetti simili per dimensione, struttura, funzione e materia, presenti nelle case patrizie e nelle canoniche della provincia di Sondrio, in origine contenitori utilizzati per la conservazione del burro e riposti nelle fresche cantine. Un’ipotesi di riutilizzo dei manufatti storici tutto da indagare, negli interrati e negli spazi esterni di edifici privati e pubblici.

Elisabetta Sem

Nell’immagine fotografica il laboratorio di restauro del Museo Valtellinese di Storia e Arte (Foto ©MVSA)

 


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